Per i 53 anni dell’europa ecco un mio tema del gennaio 2004 qui riproposto, che cosa è rimasto di quel sogno ora che anche l’Euro sembra andare in frantumi?
L’Europa che vorrei…
Quanto tempo è passato da allora? Da quando degli uomini straordinari e lungimiranti hanno visto oltre il loro piccolo confine? Da quando i padri fondatori hanno istituito questa straordinaria comunità unica nel suo genere? Unica perché autorità sopranazionale, unica per il suo modello istituzionale e unica nell’unire tante nazioni diverse per storia e tradizione sotto l’emblema stellato simbolo dei valori comuni di pace, uguaglianza e giustizia. Ebbene quanti anni sono passati? Era il 1957 quando con il trattato di Roma i Padri Fondatori formalizzarono la nascita della CEE, come conclusione di un percorso tracciato sin dai primi anni post-bellici. Un percorso tracciato da personaggi del calibro di Jean Monnet che contribuì a riavvicinare Francia e Germania, promosse la CECA (Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio), scrisse nelle sue memorie di come fosse necessario costruire una solida base istituzionale , al fine di rendere efficaci le interazioni politiche. Si rese persino conto della necessità di creare una forza europea di difesa, a pochi anni dal termine della seconda guerra mondiale. Ma i tempi non erano ancora maturi.
Da allora tante cose sono cambiate… Col tempo l’integrazione ha fatto molta strada, ci basta mettere mano al portafoglio per vederne i simboli: dalla cittadinanza EU stampata sui nostri documenti a quella grande rivoluzione che è stata l’Unione Monetaria, l’Euro.
E gli allargamenti! Dai 6 che eravamo oggi siamo in 15 e fra pochi mesi saremo in 25. Fra tante polemiche, è vero. Ma se solo pensiamo a pochi anni fa, quando fra i 10 nuovi Stati Membri di qualche nazione si poteva dirne il nome solo a denti stretti (Estonia, Lettonia, Lituania) e che altre 2 si sono divise (Repubblica Ceca e Slovacchia) per ritrovarsi unite nella grande famiglia dell’Unione… Beh, forse capiamo che c’è qualche cosa in più rispetto all’unione economica e monetaria! C’è un senso di appartenenza comune, c’è la volontà di portare il proprio personale contributo in seno ad una Unione che porta nel cuore il significato stesso della parola civiltà. Ad una Unione che può donare a tutti noi Europei molteplici possibilità non solo economiche! Lungino da me i pessimisti: l’Europa di cui vi parlo non è fumosa omologazione e complicazione! E si defilino in fretta i “no-global”: il motto dell’Europa è “Uniti nella diversità”!
È chiaro che bisogna darsi delle regole comuni per vivere insieme, lo si fa in ogni buona famiglia! È chiaro che bisogna smettere di guardare solo ai propri piccoli interessi per sfruttare appieno l’occasione che ci viene posta. Certo non è semplice, ma coloro che anche attualmente hanno ostacolato questo inevitabile processo di aggregazione, che stava per trovare il suo apice nell’approvazione di un Trattato Costituzionale, dovranno renderne conto alla storia.
Dobbiamo saper guardare al passato e chiederci quale futuro vorremmo non solo per in nostri figli, ma anche per noi, singoli cittadini un po’ spaesati e quindi spesso un po’ disinteressati visti i particolari tecnicismi di questa graduale fusione. Spaesati anche dai media “locali” (quelli nazionali), che ci presentano per loro natura tutto quanto è disillusione, tutto quanto è litigio, tutto quanto è fallimento e mancano spesso di sottolineare i successi e le vittorie di questa istituzione.
Io credo che la risposta stia nelle nuove generazioni. Sono loro le più capaci di trovare punti in comune, le più efficienti nell’adattarsi alle nuove situazioni, le più brillanti quando si tratta di imparare cose nuove. Basta “fare un giro” on-line per rendersene conto! Per poter contattare milioni di ragazzi entusiasti alla prospettiva di viaggiare senza vincoli burocratici e di imparare cose nuove. Nell’Europa che vorrei tutti hanno garantito l’accesso alla comunicazione digitale, con la quale le distanze si annullano e le prospettive si moltiplicano. Nell’Europa che vorrei la lingua madre (o le lingue madri) è studiata, approfondita e rispettata, ma alla pari dell’Inglese… Questo dovrebbe essere garantito da politiche sull’istruzione moderne e compatibili, ma soprattutto efficienti e pluraliste, con docenti selezionati e preparati. Nell’Europa che vorrei studiare all’estero per un anno è obbligatorio e finanziato dall’Unione.
L’Europa che vorrei è sicura! Ha un solo esercito comune, una gendarmeria europea… e favorisce un flusso migratorio controllato contribuendo anche a facilitare la successiva integrazione.
L’Europa che vorrei ha uno stato sociale efficiente, con una politica del lavoro che non mira soltanto a favorire le lobby, bensì uno sviluppo sostenibile ed armonioso.
Nell’Europa che vorrei i cittadini provano orgoglio nell’appartenervi, partecipano alla vita politica con gli strumenti democratici che sono loro offerti, ed almeno a grandi linee ne seguono l’evoluzione.
Sì, l’evoluzione, perché l’Europa che vorrei è dinamica, sempre pronta ad adattarsi alle sfide che un mondo in continuo mutamento le propone. E lo può fare solo con delle istituzioni democratiche basate su di una Costituzione forte e salda nei suoi principi già sentiti dai Padri Fondatori.
Ma la mia Europa è un sogno già scritto sulla carta e nella storia. Un sogno che dobbiamo tutti, ciascuno secondo il suo ruolo, avere il coraggio di realizzare.
